Ogni anno, a maggio, un po’ come è già per il Rapporto CRENoS, la Sardegna ripete un rito che dovrebbe essere informazione. La Camera di Commercio di Sassari diffonde la Top 1000, la Nuova Sardegna le dedica un supplemento illustrato con ingranaggi colorati e per quarantotto ore o giù di lì la conversazione pubblica si nutre delle stesse frasi, declinate in diverse varianti: la Sardegna non si arrende.
È una frase commovente.
È anche, statisticamente parlando, irrilevante.
I numeri di quest’anno raccontano non l’agonia di un’isola periferica e nemmeno la sua rinascita. Raccontano la traiettoria di un’economia che cresce nelle dimensioni sbagliate, si ristruttura per inerzia e investe in se stessa quel minimo che basta a non sembrare ferma.
È un’economia che lavora di più per guadagnare di meno.
Una crescita estrattiva, dove il valore generato viene assorbito dal costo del lavoro, dai costi energetici, dalla pressione sui prezzi e — sopra ogni cosa — dalla mancanza di capacità di trasformazione strutturale.
Su questo, però, nessuno commenta.
Si commenta che Saras è al primo posto con 9,6 miliardi nonostante la perdita di 112 milioni.
Si commenta che Sardegna Resorts ha superato la barriera del 5 stelle.
Si commenta che Tempio Pausania regge.
Tutte cose vere.
Tutte irrilevanti rispetto alla domanda di fondo, cioè dove stiamo andando.
Proviamo a porla seriamente.
I primi dieci della classifica fanno 13,8 miliardi su 28,7. Quasi metà del fatturato aggregato delle prime mille imprese sarde è concentrato in dieci soggetti, di cui i primi due — Saras e Sarlux — fanno raffinazione di petrolio per 11,3 miliardi. È la struttura economica di un Paese petrolifero, non di una regione europea.
Solo che la Sardegna, petrolifera, non lo è: importa il greggio, lo raffina, lo riesporta. L’attività manifatturiera complessiva al settembre 2024 era al 96% di vendite di prodotti petroliferi raffinati.
Il problema è che il pilastro petrolifero è esso stesso in via di smantellamento programmato. Saras è stata acquisita dal trader olandese Vitol nel 2024. È passata da utile +248 milioni a perdita −112 milioni in dodici mesi. È stata declassata a uno dei tanti asset di un gigante del trading energetico. Le passività finanziarie a breve termine sono salite del 167%. Lo stesso Vitol — non un think tank ambientalista, un trader — ha dichiarato che la quota di petrolio raffinato a Sarroch destinata ai 20 Paesi che se lo potranno permettere salirà dall’attuale 20% al 30% entro il 2030. Tradotto in italiano comprensibile, la raffineria continuerà a girare, ma sempre meno per noi, sempre più come nodo logistico globale. È un trapasso silenzioso. Il giorno in cui si trasformerà in chiusura — perché si trasformerà in chiusura, è solo questione di tempi — la Sardegna perderà di colpo, in un singolo evento aziendale, il 78% del proprio export.
Tutto questo è scritto nei numeri pubblicati dalla Nuova Sardegna la scorsa settimana.
Si è preferito commentare la posizione di Sardegna Resorts in graduatoria.
Sotto i primi dieci, c’è l’altra Sardegna.
Quella delle 465 imprese — quasi una su due nella Top 1000 — con oneri finanziari sotto i 50 mila euro, sommette sostanzialmente trascurabili.
Le 23 imprese senza alcun onere finanziario.
Le 298 PMI con oneri tra 50 e 200 mila euro.
Sono, in linguaggio camerale, imprese capital-light, cooperative o strutturalmente autofinanziate.
Sono, in linguaggio reale, imprese che non hanno accesso al credito, o che lo evitano per paura, o che hanno smesso di chiederlo.
In un sistema produttivo sano, capital-light significa innovazione.
Significa software, servizi ad alto valore aggiunto, consulenza, knowledge economy. In Sardegna significa qualcos’altro: significa imprese piccolissime che si autofinanziano perché il sistema bancario non le finanzia e che si tengono piccole perché crescere costa e il costo del crescere lo paghi tu, da solo.
La media del fatturato delle 1000 prime imprese è di 3,9 milioni. È un dato che la Nuova Sardegna stessa, in un raro momento di onestà editoriale, definisce «un dato che in altre regioni del Paese farebbe collocare le aziende tra le piccolissime e che invece a noi porta su un altro livello». È una frase che andrebbe stampata su un manifesto. Perché racconta, in venti parole, il problema strutturale della Sardegna industriale: siamo grandi solo nelle classifiche che pubblichiamo noi.
È il manuale della crescita estrattiva, si genera fatturato assumendo persone, ma il fatturato generato non basta a remunerare il capitale investito, e il margine si schiaccia. È esattamente il modello che ha distrutto, nei vent’anni precedenti, intere economie del Sud Italia e di larga parte del Mediterraneo. È il modello che spinge i giovani qualificati ad andarsene: non perché manchi il lavoro, ma perché il lavoro che c’è paga poco e ha basse prospettive di crescita strutturale del salario reale.
È un’emorragia che, in qualsiasi altro contesto, sarebbe trattata come un’emergenza umanitaria. In Sardegna è trattata come una stagione: «i giovani vanno via, hanno sempre fatto così». No. Non hanno sempre fatto così. La fuga dei cervelli è cresciuta esponenzialmente negli ultimi quindici anni e la sua crescita coincide — non casualmente — con il periodo in cui la politica ha smesso di porsi obiettivi industriali di lungo periodo e ha cominciato a gestire il presente come una manutenzione ordinaria del consenso.
E mentre i mille laureati partono, la popolazione cala di 9.114 unità in un anno. Il tasso di natalità sardo è tra i più bassi dell’Unione Europea. Demograficamente, la Sardegna sta uscendo dalla storia. Mille persone in meno l’anno, ripetuto per cinque legislature, è la differenza tra esistere come comunità politica e diventare un dipartimento turistico di qualcun altro.
Il dato più imbarazzante — e per questo il meno commentato — è quello dell’export.
La Sardegna ha esportato nel 2024 prodotti per 6,7 miliardi di euro, di cui il 78% petrolio raffinato. Al netto del petrolio, l’export è di 1,5 miliardi.
Pecorino Romano e formaggi: 165 milioni, di cui il 60–70% verso gli Stati Uniti — un mercato che con l’amministrazione Trump del 2025 sta entrando in una fase di dazi punitivi su prodotti caseari europei e di cui ICE-ISTAT — non Sardegna 2050 — segnala che solo 1.080 imprese sarde su 144.000 hanno effettuato esportazioni nel 2024. Lo 0,6%.
Tradotto: il 99,4% delle imprese sarde non sa cosa sia un mercato internazionale.
Questo non è un dato culturale. È un dato strutturale e dipende da come è organizzato il sistema: dimensioni medie troppo basse per affrontare l’export, scarsa cultura aggregativa, totale assenza di una politica regionale di internazionalizzazione che vada oltre la presenza alle fiere.
A questo punto del ragionamento è inevitabile fare un nome.
Anzi, una categoria. La classe politica — di entrambi gli schieramenti, perché su questo nessuno ha titolo di superiorità morale — ha smesso, da almeno tre legislature, di porsi il problema della trasformazione strutturale dell’economia regionale. Si occupa di distribuzione di micro-contributi, frammentazione dei bandi, infrastrutture incompiute giustificate come scelte politiche, dispute identitarie senza ricaduta produttiva e una continua, snervante, riproduzione di tavoli, osservatori, agenzie, consorzi, consessi, conferenze di servizi e cabine di regia.
È una liturgia amministrativa che ha un suo fascino esoterico per chi la pratica e nessun effetto misurabile per chi la subisce. Riempie giornate, riempie agende, riempie comunicati stampa.
Non riempie bilanci aziendali.
Anche la classe amministrativa — i dirigenti, gli assessori tecnici, le strutture burocratiche — porta una responsabilità che è giusto nominare. In troppi casi prevale una logica di conservazione procedurale sulla logica di risultato. Si firmano atti, non si fa politica industriale. Si esibiscono milestone PNRR senza valutarne l’impatto reale sull’economia. Si stipulano protocolli che resteranno protocolli. Si misurano gli output (riunioni, atti, decreti) e mai gli outcome (imprese cresciute, export aumentato, giovani rimasti).
È un sistema che ha perfezionato la simulazione della politica industriale. Ne fa la coreografia, non la sostanza. E i numeri della Top 1000, anno dopo anno, lo dimostrano con una pazienza notarile.
Dovrebbe finire il tempo della diagnosi e iniziare quello delle proposte.
Perché lamentarsi senza proporre è la prima delle liturgie a cui la Sardegna deve smettere di partecipare.
Un piano di sostituzione anticipata del pilastro petrolifero?
Una politica radicale di aggregazione delle PMI?
Un programma serio di internazionalizzazione?
E di attrazione investimenti?
Una riforma del rapporto Regione–imprese?
Una politica residenziale e formativa per chi rientra?
Un piano della sovranità cognitiva e digitale sarda?
L’AI, i dati, le infrastrutture digitali non sono innovazione in senso decorativo, sono il fattore di produzione del XXI secolo.
Sono asset reali.
Vanno organizzati in un piano industriale regionale che metta al centro: data governance pubblica, cloud sovrano territoriale, modelli linguistici di scala sarda, federazione dei centri di ricerca (CRS4, Università di Cagliari e Sassari, Porto Conte Ricerche, IMC, etc).
2050.
La Sardegna sarà uno di due posti possibili.
Posto A: una regione europea avanzata, demograficamente stabilizzata intorno a 1,4 milioni di abitanti, con un mix produttivo bilanciato, un export non-oil di almeno 5 miliardi e una capacità di trattenere i propri giovani qualificati.
Posto B: una regione di 1,2 milioni di abitanti, demograficamente in via di estinzione politica, organizzata come piattaforma di servizi (turismo, logistica, hosting di infrastrutture decise altrove), con un PIL pro capite ancora sotto la media UE e una classe dirigente sempre più dipendente da trasferimenti esterni.
Non c’è una terza opzione.
La traiettoria è binaria e le scelte si fanno ora.
Mi sono fatto un’idea precisa, in questi anni di lavoro nelle istituzioni e nelle imprese: non esiste un destino sardo.
Esiste solo una sequenza di scelte fatte o non fatte e l’effetto cumulativo di queste scelte.
La Top 1000 della Nuova Sardegna di questa settimana è la fotografia di vent’anni di non-scelte, accompagnate da una retorica della resistenza che ha sostituito la responsabilità della direzione.
Non bisogna abituarsi al declino.
Soprattutto, non bisogna travestirlo da resilienza.
Le 1000 imprese sarde che lavorano ogni giorno meritano qualcosa di meglio del rito di maggio.
Meritano una politica industriale degna di questo nome, una classe amministrativa che misuri risultati e una conversazione pubblica che — almeno una volta — abbia il coraggio di guardare i numeri come sono, non come ci fa comodo che siano.
I numeri ci sono.
Le idee anche.
Le competenze anche.
Manca, da troppo tempo, la decisione politica di usarli.
Questo articolo è un’agenda.
Chi vuole aprirla la apra.
Nicola


