Ci sono delusioni che non si perdonano.
Ci sono delusioni che il tempo addolcisce.
Altre che la ragione riesce a ricomporre collocandole dentro l’imperfezione umana, la
fragilità, la paura.
Poi ce ne sono alcune che restano lì.
Non passano. Non si spiegano. Non si fanno più piccole.
Fanno male perché non vengono da uno sconosciuto, da un avversario dichiarato o da
qualcuno cui non avevi mai concesso nulla.
Vengono dalle persone che hai fatto entrare.
Dentro il tuo lavoro.
Dentro i tuoi progetti.
Dentro la tua fiducia.
Qualche volta persino dentro casa tua.
Persone alle quali hai dato un’opportunità quando gli altri non le vedevano.
Persone alle quali hai insegnato un mestiere e poi un altro.
Persone che hai difeso, sostenuto, presentato, accompagnato.
Persone alle quali hai mostrato strade che da sole non avrebbero saputo neppure
immaginare.
Perché credevi che il bene ricevuto generasse, se non altro, un minimo di riconoscenza.
Una forma elementare di lealtà. Un limite morale oltre il quale una persona decente non
passa.
Ti sbagliavi.
Ti sbagliavi non sulla bontà, ma sulla capacità degli altri di riceverla. Perché il bene non
migliora automaticamente chi lo riceve, qualche volta lo smaschera. Nelle persone dignitose
genera gratitudine, nelle persone piccole genera imbarazzo, invidia e risentimento.
Essere aiutati da qualcuno che vale più di loro diventa una colpa che non riescono a
perdonargli.
Ci sono persone che, appena imparano a stare in piedi, dimenticano chi le ha sorrette.
Appena ricevono una chiave, pensano di essere diventate proprietarie della casa. Appena
imparano qualche parola del linguaggio che hai insegnato loro, iniziano a raccontare che
quella lingua l’hanno inventata loro.
È una forma particolare di furto. Non rubano soltanto un’idea, un’occasione o una
competenza. Tentano di rubare la propria origine. Riscrivono il passato per potersi guardare
allo specchio senza vedere, alle proprie spalle, la mano che li ha sollevati. Ma un uomo può
falsificare il racconto della propria storia, non può cambiare la statura con cui l’ha
attraversata.
E poi accade qualcosa di ancora più miserabile.
Non si limitano ad andarsene.
Si mettono contro di te.
Provano a sporcare ciò che non sono stati capaci di costruire. Tentano di danneggiare la
persona che li ha aiutati, forse perché la sua esistenza ricorda loro ciò che sono stati, ciò
che hanno ricevuto e ciò che non hanno saputo diventare.
Il tradimento, in fondo, non è quasi mai un gesto di forza.
È il gesto disperato di chi vuole cancellare il proprio debito morale.
L’ingratitudine non è semplice mancanza di memoria. È odio verso il testimone. Chi ti ha
conosciuto quando eri fragile, impreparato o irrilevante conserva una verità che il tuo nuovo
personaggio non riesce a sopportare. Per questo deve essere allontanato, screditato,
possibilmente abbattuto. Non perché abbia fatto loro del male, ma perché sa da dove
vengono e quanto poco sarebbero stati senza l’aiuto che oggi fingono di non aver ricevuto.
Se distruggo chi mi ha dato fiducia, forse non dovrò più ricordare di aver avuto bisogno di lui.
Se lo denigro, forse potrò fingere che non mi abbia insegnato nulla.
Se lo combatto, forse nessuno vedrà quanto poco sarei stato senza ciò che ho ricevuto.
È una contabilità infantile e feroce.
La contabilità degli irriconoscenti.
È qui che l’invidia diventa una filosofia di vita. Non potendo raggiungere ciò che ammirano,
decidono di degradarlo. Non potendo uguagliare chi li ha aiutati, provano a trascinarlo alla
propria altezza. È il metodo dei mediocri, quando non riescono a crescere, scavano attorno
agli altri e chiamano quella buca giustizia.
Da cristiano, dovrei dire che bisogna perdonare.
E lo credo.
Credo nel perdono. Credo nella misericordia. Credo nel comandamento di amare il prossimo
e nella fatica enorme di amare persino chi ti ferisce. Credo che nessun uomo possa
reclamare per sé una giustizia assoluta, perché tutti abbiamo ferito qualcuno, tutti siamo stati
ingrati, tutti abbiamo avuto bisogno di essere perdonati.
Ma il cristianesimo non è stupidità.
La misericordia non è amnesia.
Il perdono non è complicità.
Porgere l’altra guancia non significa consegnare anche la dignità e il diritto di continuare a
farti del male.
Perdonare non significa negare ciò che è accaduto.
Significa, semmai, rinunciare alla vendetta senza rinunciare alla verità.
E la verità è che alcune persone sono state infami.
Non confuse.
Non fragili.
Non semplicemente imperfette.
Infami.
Non ogni tradimento è uguale. Pietro tradì per paura e pianse. Altri tradiscono per
convenienza e poi si proclamano vittime. Non cercano il perdono perché, per chiederlo,
dovrebbero prima riconoscere la verità. Preferiscono costruirsi un tribunale immaginario nel
quale sono contemporaneamente accusatori, giudici e assolti.
È la liturgia miserabile di chi commette il torto e pretende anche il privilegio dell’innocenza.
Hanno ricevuto fiducia e l’hanno trasformata in un’arma.
Hanno ricevuto conoscenza e l’hanno usata contro chi l’aveva condivisa.
Hanno ricevuto protezione e, appena si sono sentite al sicuro, hanno tentato di colpire chi le
aveva protette.
E sono state anche inette.
Perché persino nel tradire hanno dimostrato di non comprendere la realtà.
Chi prova a distruggere la persona che gli ha aperto una strada spesso finisce per
distruggere la strada stessa.
Chi avvelena il pozzo dal quale ha bevuto non dimostra autonomia, dimostra di non aver
capito da dove arrivasse l’acqua.
Del resto, il parassita scambia sempre l’organismo che lo nutre per il proprio possesso.
Finché riceve, si convince di essere indispensabile. Quando viene separato dalla fonte,
scopre troppo tardi che ciò che chiamava talento era spesso soltanto accesso, ciò che
chiamava autonomia era protezione e ciò che chiamava forza era la pazienza di qualcun
altro.
Ti fanno perdere energia. Ti costringono a difenderti. Ti rubano serenità. Ti spingono a
dubitare della tua capacità di giudizio e, cosa ancora più grave, della bontà stessa
dell’essere generosi.
Questo è il danno vero che causano.
Non ciò che dicono.
Non ciò che sottraggono.
Non la piccola vendetta che consumano.
Il vero danno è che, dopo di loro, rischi di diventare peggiore.
Rischi di chiudere la porta alla persona successiva. Di non insegnare più. Di non fidarti più.
Di trasformare la prudenza in cinismo e il dolore in una teoria generale sull’umanità.
Ed è qui che bisogna resistere.
Non per loro.
Per te stesso.
Non bisogna consentire a dei miserabili di modificare la propria natura.
Non bisogna permettere che la loro ingratitudine cancelli il valore della tua generosità.
Non bisogna diventare aridi soltanto perché qualcuno ha scambiato la tua disponibilità per
debolezza.
Ma non bisogna neppure raccontarsi favole.
Ci sono persone dalle quali bisogna allontanarsi.
Senza rumore, forse.
Senza vendetta.
Ma senza vendetta non significa senza conseguenze.
La giustizia non impone di continuare a finanziare chi ti combatte, di proteggere chi ti
espone, di accreditare chi ti diffama o di offrire nuove occasioni a chi ha usato le precedenti
per danneggiarti. A volte la conseguenza più giusta è semplicemente ritirare tutto ciò che
avevi generosamente concesso e lasciare che ciascuno viva finalmente della propria misura.
Senza perdere altro tempo nel tentativo di far comprendere loro ciò che non hanno gli
strumenti morali per comprendere.
Persone da perdonare, un giorno, ma da non riaccogliere.
Perché esistono porte che si chiudono non per odio, ma per verità. La chiusura non cancella
il bene che è stato fatto, impedisce soltanto che venga nuovamente profanato. Chi ha
trasformato l’ospitalità in un’occasione di tradimento ha perso il diritto di lamentarsi del
freddo che troverà fuori.
Persone per le quali si può pregare, ma alle quali non si deve più affidare nulla.
Persone cui augurare persino il bene, purché quel bene avvenga molto lontano da noi, dalle
nostre case, dai nostri uffici, dai nostri progetti e dalle persone che amiamo.
Perché esiste anche un dovere di protezione.
Verso se stessi.
Verso chi lavora con lealtà.
Verso chi non tradisce.
Verso chi merita la fiducia che altri hanno sporcato.
Esistono gli irriconoscenti.
Non occorre augurare loro la rovina. Sarebbe persino superfluo. Basta smettere di
sostenerli, di proteggerli, di correggerne gli errori, di compensarne le insufficienze e di
prestare loro una reputazione che non possiedono. Basta togliere le impalcature e lasciare
visibile l’edificio. Alcune persone non vengono distrutte dai propri nemici: crollano quando gli
amici smettono di reggerle.
Esistono gli infami.
Esistono gli incapaci che, non sapendo costruire nulla, provano a demolire ciò che altri
hanno costruito.
Esistono, purtroppo, anche dei veri e propri pezzi di merda.
Il cristianesimo mi impone di ricordare che anche loro restano esseri umani.
Non mi impone di fingere che profumino.
Posso perdonarli senza assolverli. Posso pregare per loro senza concedergli un’altra chiave.
Posso non desiderare il loro male e, nello stesso tempo, non muovere più un dito per
impedirgli di raccogliere ciò che hanno seminato.
Il perdono riguarda la mia anima.
Le conseguenze riguardano la loro vita.
E da questo momento, finalmente, ciascuno vivrà della propria.
Scusate lo sfogo.
Amen.


