AI generativa: per l’Italia una spinta al Pil da 50 miliardi ma le imprese vanno a rilento
La stima di uno studio di Accenture quantifica l'extra ricchezza entro il 2030. Ma, secondo l'Istat, appena il 5% delle aziende del nostro Paese ha integrato le tecnologie dell'Ai con i propri processi aziendali contro una media europea dell'8%. Pesano: le poche competenze specifiche e gli alti costi di implementazione. In coda alla graduatoria anche per numero di attività che adottano software gestionali.
Redazione
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27 Maggio 2024
Tempo di lettura: 3 minuti

Una spinta da 50 miliardi di euro entro il 2030 e 300 mila nuovi posti di lavoro, soprattutto nel settore manifatturiero. Sarebbe questo il contributo dell’intelligenza artificiale generativa alla produttività delle imprese italiane e all’occupazione secondo lo studio “Strategie per la valorizzazione del brand Italia e del Sistema Paese” condotto da Accenture.

Un balzo del prodotto interno lordo del nostro Paese che sarebbe possibile se la tecnologia fosse usata per rafforzare la competitività dei comparti tipici del Made in Italy (tessile-abbigliamento, alimentari-bevande, nautica, oreficeria, ceramica, legno-arredo) fortemente orientati all’esportazione così da garantirne un adeguato posizionamento capace di intercettare le nicchie internazionali con notevoli capacità di spesa.

Secondo la ricerca, per arrivare all’obiettivo occorre agire su due aspetti: l’adozione su scala dell’innovazione tecnologica e il rafforzamento delle politiche globali di branding con l’estensione del Made in Italy ad altri comparti in cui eccelliamo come, ad esempio, meccatronica e farmaceutica e l’impiego di politiche sistemiche in termini di marketing e di comunicazione. Se l’AI diventasse elemento fondante dei processi anche nei settori appena menzionati la crescita della ricchezza totale prodotta arriverebbe a 80 miliardi di euro sempre entro il 2030.

Nel concreto l’intelligenza artificiale generativa aiuterebbe in tutte le fasi della catena di valore: dal design delle collezioni e dei prodotti sino alla produzione pianificata e ottimizzata grazie ai digital twins, fino al rafforzamento delle vendite grazie all’impiego degli assistenti virtuali addestrati con questa tecnologia.

Ma al momento sono poche le aziende che hanno inserito stabilmente l’AI generativa nei rispettivi processi: appena il 5% secondo l’Istat (qui il rapporto annuale 2024). Una cifra al di sotto della media europea di ben tre punti percentuali e ancora più lontana dall’11% della Germania. Pesano due fattori: le poche competenze specifiche e gli alti costi di implementazione.

Ampio pure il divario di competenze ICT che separa i lavoratori italiani da quelli degli altri paesi europei. Poco più della metà degli addetti è dotata di dispositivi connessi durante il lavoro, una percentuale che si attesta 10 punti al di sotto di quella tedesca. Inoltre, l’Italia siamo ultimi tra i principali paesi Ue per quanto riguarda l’adozione di software gestionali. Un problema legato al tessuto imprenditoriale, ma dovuto anche alla carenza di professionisti Ict, appena il 3.9% degli occupati totali.

Tuttavia l’istituto centrale di statistica evidenzia non solo le criticità ma anche i progressi soprattutto nell’ambito della pubblica amministrazione che ha potenziato massicciamente l’infrastruttura informatica ampliando considerevolmente qualità e quantità dei servizi fruibili online. A riprova di ciò ben 38 milioni di cittadini usano l’identità digitale per accedere ai servizi pubblici, un numero superiore la media europea.

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