Il giorno in cui qualcuno spegnerà la luce
Sovranità digitale, dipendenza tecnologica e una proposta per la Sardegna come laboratorio europeo di resilienza
Redazione
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21 Aprile 2026
Tempo di lettura: 7 minuti

C’è un interruttore che nessun governo europeo ha in mano.

Si chiama, tecnicamente, kill switch. Non è fantascienza, non è geopolitica speculativa. È la condizione materiale in cui si trovano oggi ventitré dei ventotto Paesi europei analizzati dal Future of Technology Institute di Bruxelles nel suo rapporto “Cloud Defense: An Exposed European Flank” (aprile 2026): i loro sistemi di sicurezza nazionale – dalle armi alla logistica militare, dalla sanità alla gestione del personale delle forze armate – dipendono da tecnologie controllate da aziende statunitensi. Google, Microsoft, Oracle detengono circa l’ottanta percento del mercato cloud europeo. Sedici ministeri e agenzie della difesa del continente sono classificati ad alto rischio di interruzione unilaterale dei servizi.

L’Italia è nell’area a rischio medio. Non è una consolazione. È, al massimo, un avvertimento.

Il problema non è tecnico. È politico.

La dipendenza digitale dall’ecosistema Big Tech americano non nasce da incompetenza. Nasce da una scelta politica implicita, compiuta per decenni senza mai nominarla, quella di esternalizzare l’infrastruttura cognitiva dello Stato – i dati, i sistemi, la logistica dell’informazione – a soggetti privati extra europei, in cambio di efficienza e convenienza di breve periodo.

Il risultato è che molti contratti cloud prevedono il rinnovo delle licenze ogni trenta giorni. Che anche i sistemi air-gapped, teoricamente isolati dalla rete, dipendono dalla manutenzione dei produttori americani per non degradarsi. Che quando l’amministrazione Trump ha sanzionato la Corte Penale Internazionale, Microsoft ha disattivato le email del procuratore capo Karim Khan. Che quando i negoziati sull’Ucraina per i minerali critici si sono incattiviti, la società Maxar – fornitore commerciale di immagini satellitari – ha temporaneamente interrotto i suoi servizi a Kiev.

Come ha detto con nettezza Katja Bego, ricercatrice senior del programma Europa di Chatham House: «Se si può fare questo a Kiev, si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi, Berlino.»1

Anche a Cagliari.

Il PSN non basta: sovranità strutturale contro dipendenza travestita

L’Italia ha mosso un passo nella direzione giusta. Il Polo Strategico Nazionale – partecipato da TIM, Leonardo, CDP Equity e Sogei – ha superato seicento pubbliche amministrazioni aderenti a gennaio 2026, con contratti siglati per 3,6 miliardi di euro e un accordo decennale con il Ministero della Difesa per migrare le infrastrutture di Esercito, Marina, Aeronautica e Comando per le Operazioni in Rete.

Ma c’è un elemento che il rapporto FOTI segnala con crudele precisione riguardo all’Italia: «Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy.» La sovranità è parziale. Il cloud nazionale esiste, ma incorpora componenti tecnologici americani che, in determinate condizioni geopolitiche, potrebbero essere soggetti a sanzioni, revoche di licenza o semplicemente a pressioni bilaterali.

La sovranità digitale autentica non si costruisce solo decidendo dove risiedono fisicamente i dati. Si costruisce controllando lo stack tecnologico: il software di base, i protocolli crittografici, i sistemi operativi, i modelli di intelligenza artificiale. L’unico Paese europeo classificato a basso rischio dal rapporto è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source (NextCloud, LibreOffice) abbandonando strutturalmente le Big Tech nei sistemi pubblici critici.

Il modello austriaco non è un’utopia. È una scelta politica. Che richiede investimenti, tempi, volontà. Ma è l’unica traiettoria che porta davvero a un’autonomia non simulata.

Perché la Sardegna, perché adesso

La Sardegna non è solo una regione periferica che subisce le scelte fatte altrove. Ha le condizioni per essere qualcosa di diverso: un laboratorio di sovranità digitale a scala regionale, un territorio dove sperimentare concretamente quello che l’Europa fatica ancora a costruire a livello continentale.

Le ragioni sono strutturali e convergenti.

Prima ragione: il contesto militare. La Sardegna ospita alcune delle basi militari più significative d’Italia e del Mediterraneo. La questione delle servitù militari – che l’Autonomia regionale presidia attraverso il tavolo misto con il Ministero della Difesa – non riguarda solo la terra occupata. Riguarda sempre più le infrastrutture cognitive: i sistemi di comunicazione, i dati operativi, le piattaforme di coordinamento. Integrare la sovranità digitale nella negoziazione sulle servitù significa portare il tema al livello giusto: quello della sicurezza nazionale reale, non della gestione patrimoniale.

Seconda ragione: l’Einstein Telescope e Sos Enattos. La candidatura sarda per ospitare il più grande rivelatore di onde gravitazionali al mondo non è solo una questione scientifica. È una questione di infrastruttura cognitiva territoriale. Un’infrastruttura di ricerca di quella portata genera una massa critica di competenze, dati, capacità computazionale che può diventare il nucleo di un ecosistema tecnologico sovrano: sicuro per design, europeo per finanziamento, sardo per radicamento. Sos Enattos come ancoraggio di un’architettura di sovranità digitale regionale.

Terza ragione: i cavi sottomarini. La Sardegna è un nodo strategico nelle reti di telecomunicazione del Mediterraneo, l’isola è al centro di una geopolitica delle infrastrutture digitali che vale più di qualsiasi narrazione turistico-identitaria. Controllare le infrastrutture fisiche della connettività è la precondizione di ogni sovranità digitale reale.

Quarta ragione: il tessuto tecnologico locale non è un soggetto decorativo. È il bacino produttivo su cui costruire una filiera regionale di competenze digitali. Una politica industriale orientata alla sovranità tecnologica – sviluppo di software open source, gestione locale di dati, cybersecurity, AI cooperativa – può trasformare la Sardegna da aggregatore di imprese a presidio strategico di autonomia tecnologica regionale.

La proposta: un Piano Regionale per la Sovranità Digitale

La Regione Autonoma della Sardegna ha gli strumenti istituzionali, le risorse europee e le competenze locali per costruire quello che chiamiamo un Piano Regionale per la Sovranità Digitale (PRSD). Non è un documento di indirizzo. È un’architettura operativa articolata su quattro pilastri.

Pilastro 1 — Data Governance Territoriale. Istituzione di una cooperativa sarda dei dati pubblici, conforme al Regolamento europeo sulla governance dei dati (EU Data Governance Act, Reg. 2022/868). Un soggetto giuridico cooperativo che gestisce i dati delle pubbliche amministrazioni regionali, dei servizi sanitari, delle infrastrutture di mobilità, non cedendoli a piattaforme private ma federandoli in un’architettura distribuita e pseudonimizzata. Tecnologia operativa disponibile: pseudonimizzazione, dati sintetici, federated learning.

Pilastro 2 — Stack Tecnologico Sovrano. Programma regionale pluriennale di migrazione progressiva delle PA sarde verso soluzioni open source per le funzioni non critiche e verso infrastrutture PSN per quelle critiche, con l’obiettivo di azzeramento delle dipendenze dirette da licenze Big Tech entro il 2030. Incentivi alle imprese locali che sviluppano componenti open source conformi agli standard ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale). Raccordo con il programma nazionale PSN attraverso l’in-house regionale, come previsto dal modello di “edge cloud distribuito” già in sperimentazione.

Pilastro 3 — Distretto della Resilienza Digitale. Istituzione di un Distretto tecnologico regionale che integra: le competenze scientifiche generate dall’Einstein Telescope / Sos Enattos, le infrastrutture fisiche per la connettività sottomarina, le imprese, i programmi di formazione avanzata di ITS e università. Il Distretto non è un hub generico di innovazione. È un presidio organizzato di sovranità tecnologica.

Pilastro 4 — Integrazione con le Servitù Militari. La questione delle basi militari in Sardegna – che impegna la Regione nei tavoli misti con il Ministero della Difesa – deve includere esplicitamente la dimensione della sovranità digitale delle infrastrutture militari presenti sul territorio. Nessuna nuova concessione o rinnovo senza una clausola di audit tecnologico sulle dipendenze da fornitori extraeuropei. La Sardegna può diventare il primo territorio italiano a porre questa condizione in modo formale, contribuendo a costruire una giurisprudenza contrattuale che l’intero sistema-Paese potrebbe adottare.

La scala del problema richiede la scala della risposta

Leone XIV, nel suo messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 1° aprile 2026, ha messo in guardia contro la concentrazione del potere tecnologico ed economico nelle mani di pochi soggetti privati, indicandola come una minaccia diretta alla legittimità democratica e all’ordine internazionale. Non è un’osservazione morale astratta. È l’esatta fotografia del problema che stiamo descrivendo: un kill switch digitale nelle mani di aziende private americane che possono decidere, in base a logiche commerciali o politiche americane, di interrompere servizi critici per la sicurezza di governi democratici europei.

La risposta non può essere solo tecnica. Deve essere politica, istituzionale, culturale. Deve riconoscere che l’autonomia digitale è una condizione della democrazia, non un optional tecnologico.

La Sardegna, regione a statuto speciale con una lunga storia di negoziazione per la propria autonomia, ha una posizione unica per fare questa scelta. Non come atto di ribellione, ma come atto di responsabilità. Come laboratorio epistemico: un territorio che sperimenta concretamente quello che l’Europa ancora solo proclama.

Il giorno in cui qualcuno proverà a spegnere la luce, sarà tardi per costruire il generatore.

Costruiamolo adesso.