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Confindustria – Deloitte, l’AI nell’impresa
L'intelligenza che non abbiamo ancora deciso di essere a cura di Nicola Pirina
Redazione
Redazione
27 Maggio 2026
Tempo di lettura: 12 minuti

Voglio cominciare con una scena.

È il 1995. Un dirigente Fiat siede in una sala riunioni a Torino. Qualcuno gli mette davanti una relazione su qualcosa che si chiama internet commerciale. La relazione dice che cambierà la distribuzione, il marketing, il rapporto con i fornitori. Il dirigente legge, annuisce e dice una frase che è diventata leggendaria nel suo genere: interessante, vediamo come si sviluppa.

Vent’anni dopo, quella stessa azienda ha perso per sempre la battaglia dell’automotive digitale.
Non perché non sapesse. Sapeva.
Non perché non avesse risorse. Le aveva.

Ma perché ha scambiato una trasformazione epocale per un fenomeno tecnico da monitorare. Ha delegato la risposta al futuro. E il futuro, si sa, non aspetta.

Ho trascorso gli ultimi anni a guardare questa trasformazione non dalle tribune, ma dall’interno delle istituzioni, delle imprese e delle politiche che stanno decidendo come l’AI cambierà i nostri territori. Non come osservatore. Come architetto di alcuni di quei processi — con la Regione Sardegna, con il sistema delle imprese, con le reti europee di ricerca e innovazione.

Oggi siamo di nuovo in quella sala riunioni.
C’è una relazione sul tavolo. Si chiama intelligenza artificiale. E la domanda che mi pongo — la domanda che dovremmo porci tutti — non è cosa fa l’AI. La domanda è chi decide come l’AI agisce qui, in questo territorio, tra queste imprese, per questi cittadini.

Perché se non lo decidiamo noi, lo decidono altri.
E lo stanno già decidendo.

Parliamo spesso di AI come se fosse un fenomeno tecnologico. Una questione di algoritmi, modelli, parametri. Lasciamo la conversazione agli ingegneri — e gli ingegneri, giustamente, parlano di architetture, di GPU, di dati di training.

Ma c’è una conversazione che non stiamo facendo.
È la conversazione geopolitica.
Guardate la mappa del potere AI nel mondo oggi. Ci sono essenzialmente tre poli.

Il primo polo è americano. OpenAI, Google DeepMind, Anthropic, Meta. Sistemi costruiti con una logica precisa: massimizzare l’adozione globale, raccogliere dati globali, costruire dipendenza globale. Non è una critica — è una strategia. Una strategia brillante, peraltro.

Il secondo polo è cinese. Baidu, Alibaba, Huawei. Sistemi costruiti con un’altra logica: controllo statale, allineamento ideologico, espansione nei mercati emergenti. Anche qui, una strategia precisa.

Il terzo polo — quello europeo — è ancora in costruzione. E qui casca l’asino, come si dice.

Perché l’Europa ha la regolamentazione — il famoso AI Act — ma non ha ancora i sistemi. Ha la filosofia dei diritti, ma non ha ancora l’infrastruttura dell’autonomia. Ha le intenzioni, ma le intenzioni, senza architetture concrete, restano dichiarazioni.

L’AI Act è un tentativo nobile. Ma regolare senza produrre è come disegnare le strade di una città dove non si costruiscono case. L’Europa ha codificato i diritti senza ancora costruire l’architettura dell’autonomia. 

E poi c’è Taiwan e i suoi chip che stanno sotto questa ennesima rivoluzione industriale… chissà per quanto, chissà in che forma…

Quello che stiamo vivendo è una riconfigurazione della geografia cognitiva del potere globale. Non più chi ha le armi, non più chi ha il petrolio. Chi ha i modelli, i dati, le infrastrutture computazionali. Chi controlla i layer dove si elabora la realtà. 
E dentro questo scenario globale, dove siamo noi? Dove sono le imprese italiane? Dove sono i territori come la Sardegna?
Siamo, per usare una metafora brutale ma precisa, utenti di un’infrastruttura che non controlliamo, che esegue logiche che non abbiamo scritto, che raccoglie dati che non rivedremo mai. E non monetizziamo.
Non è una tragedia. È una condizione. 
Ma le condizioni, a differenza delle tragedie, si possono cambiare.
Vi ricordate il film di Pif “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”…

C’è un malinteso che attraversa quasi ogni conversazione generalista sull’AI nel mondo delle imprese: che l’AI sia uno strumento per fare le stesse cose più velocemente.
Automatizzare il call center. Velocizzare la reportistica. Ridurre il tempo di risposta. Ottimizzare la supply chain.
Tutto vero. Tutto utile. 
Ma tutto riduttivo.
Perché ridurre l’AI a uno strumento di efficienza è come ridurre internet a un fax più veloce. 
Tecnicamente non sbagliato. Storicamente catastrofico.

L’AI non è uno strumento. È un layer cognitivo che si sta posando sopra ogni processo produttivo, ogni relazione commerciale, ogni flusso di informazioni. Non accelera la macchina che avete. Ridisegna la macchina. E con essa, ridisegna le regole del vantaggio competitivo.

Ma c’è una dimensione ancora più profonda che quasi nessuno sta guardando: l’AI è infrastruttura di potere.

Pensateci. Chi controlla i modelli AI più potenti controlla la capacità di elaborare informazioni strategiche. Chi controlla i dati su cui quei modelli vengono addestrati controlla la narrativa della realtà. Chi controlla le piattaforme attraverso cui l’AI viene distribuita controlla l’accesso alla cognizione aumentata per milioni di persone.

Questo non è fantascienza. È la struttura del potere già oggi e per i prossimi decenni.

Noi stiamo lavorando esattamente su questo nodo. Stiamo ragionando su modelli AI cooperativi e distribuiti — tecnologie come il federated learning e i dati sintetici — che permettono alle aziende di valorizzare i propri dati senza cederli a nessuno. L’idea è semplice e radicale insieme: i dati delle imprese sarde restano in Sardegna, lavorano per le imprese sarde, producono valore per il territorio sardo. Non per una piattaforma americana. 

Non per un cloud lontano. Qui. 

E allora la domanda non è come integro l’AI nella mia azienda.

La domanda è in che posizione voglio stare nella catena del potere cognitivo.
Voglio essere un terminale — qualcuno che usa ciò che altri hanno costruito, nei termini che altri hanno stabilito?
O voglio avere un ruolo nell’architettura — qualcuno che co-determina come queste tecnologie si sviluppano, che dati alimentano, quale futuro costruiscono?

La risposta a questa domanda è una scelta politica prima ancora che tecnologica. Ed è una scelta che le imprese di questo territorio devono fare. Adesso.

Voglio introdurre un concetto che credo sia destinato a diventare centrale nel dibattito dei prossimi anni: sovranità territoriale nell’intelligenza artificiale.

Cosa significa?

Significa che un territorio — una regione, un distretto industriale, un ecosistema di imprese — non è solo un mercato per le tecnologie AI sviluppate altrove. Può essere, se lo decide, un soggetto attivo nella costruzione, nell’adattamento e nel governo di queste tecnologie.

Può darsi delle regole. Può costruire le proprie infrastrutture dati. Può sviluppare competenze endogene. Può negoziare da una posizione diversa con i grandi player globali.

Guardate cosa sta succedendo in alcuni contesti europei. I Paesi Bassi hanno costruito infrastrutture di dati sanitari federate che permettono la ricerca AI senza trasferire dati ai grandi cloud americani. La Catalogna sta sviluppando modelli linguistici in catalano — non per nazionalismo, ma perché la lingua è sovranità cognitiva. L’Estonia ha costruito un’architettura digitale dello Stato così avanzata da diventare un modello esportabile.
Non sono grandi potenze. Sono territori intelligenti.

E ora permettetemi di essere diretto con voi.

La Sardegna — e con essa il sistema delle imprese rappresentate in questa sala — ha qualcosa che pochissimi territori al mondo possono vantare: è il territorio candidato più forte d’Europa per ospitare il telescopio Einstein, la più grande infrastruttura di fisica delle onde gravitazionali mai progettata. Sos Enattos. Un sito scelto per la sua quiete sismica, per la sua geologia unica, per la sua distanza dai rumori del mondo industriale.
Un territorio così quieto che può ascoltare l’eco del Big Bang.
Questa non è una curiosità scientifica. È un posizionamento strategico di portata generazionale.
Perché intorno a una grande infrastruttura scientifica si costruisce un ecosistema. Di ricercatori. Di imprese. Di know-how. Di attrazione di talenti. Di capacità computazionale. Di dati.
E i dati, nell’era dell’AI, sono il substrato della sovranità.

Un territorio che ospita l’Einstein Telescope non sta semplicemente ospitando un laboratorio. Sta diventando un nodo nella rete globale della conoscenza avanzata. Sta dicendo al mondo: siamo un luogo dove si produce intelligenza, non solo dove si consuma.
Questa è la differenza tra essere un mercato e essere un soggetto.

Ma per arrivarci, serve una visione che connetta i puntini. Einstein Telescope non è solo un progetto del Ministero della Ricerca. È l’ancora di un ecosistema che comprende imprese di deep tech, startup di quantum computing, piattaforme di data sharing, infrastrutture di AI distribuita, formazione avanzata. E così via.

Connettere questi puntini è un atto di governance. Ed è la sfida che che abbiamo di fronte come sistema territoriale.

Non usate né comprate generici software AI. Fate un’analisi sistematica di quali processi nel vostro modello operativo possono essere ridisegnati — non ottimizzati, ridisegnati — grazie all’AI.

La differenza è fondamentale. Ottimizzare significa fare la stessa cosa più veloce. Ridisegnare significa chiedersi: se potessi ripartire da zero oggi, con questi strumenti, come costruiresti questo processo? Questa relazione con il cliente? Questa catena di fornitura?

Le aziende che sopravviveranno ai prossimi anni non sono quelle che adottano l’AI più velocemente. Sono quelle che la usano per reimmaginarsi.

I vostri dati — dati di produzione, dati di cliente, dati di processo — hanno un valore che oggi probabilmente non state valorizzando. Ma attenzione: il valore non sta nel venderli. Sta nell’usarli per addestrare modelli che lavorano per voi, che conoscono il vostro settore, che parlano la lingua della vostra industria.

Un modello AI addestrato sui dati di un distretto specifico è enormemente più potente, per quel distretto, di un modello generico addestrato su tutto internet.

Immaginate un ecosistema territoriale AI costruito su tre pilastri.

Pilastro uno: infrastruttura dati condivisa. Un’infrastruttura federata — tecnicamente simile a quella che in Europa si chiama “data space” — che permette alle imprese del territorio di valorizzare i propri dati mantenendone la proprietà. Non un’unica grande banca dati centralizzata. Una rete di nodi che parlano tra loro sotto regole condivise.

Tecnologie come la pseudonimizzazione, il federated learning, i dati sintetici rendono tutto questo possibile oggi, senza trasferire dati sensibili fuori dal perimetro di ogni azienda.

Pilastro due: capacità AI endogena. Non dipendere esclusivamente da fornitori esterni per lo sviluppo di applicazioni AI. Costruire, nel territorio, competenze di sviluppo, di valutazione, di adattamento dei modelli. Questo significa università, ITS, centri di formazione avanzata connessi al sistema delle imprese. Significa una filiera del talento che non produce cervelli per le multinazionali americane, ma per l’ecosistema locale.

Pilastro tre: governance partecipata. Un tavolo permanente — imprese, istituzioni, ricerca, società civile — che definisce le regole del gioco locali per l’uso dell’AI. Non per bloccare l’innovazione. Ma per orientarla verso obiettivi che il territorio condivide: creazione di valore locale, qualità del lavoro, sostenibilità ambientale, coesione sociale.

Quarto elemento, trasversale ai tre pilastri, che mi preme nominare. Lo chiamerei capitale narrativo. Un territorio non si posiziona soltanto con infrastrutture, competenze e regole. Si posiziona anche con la storia che racconta su se stesso e con la coerenza con cui la racconta nei tavoli che contano. Bruxelles, Roma, Francoforte, Washington. La Sardegna ha tutte le carte per raccontare una storia che oggi nessun altro territorio europeo può raccontare: una periferia geografica che diventa centro cognitivo. Un’isola che, proprio per la sua condizione di isola, può diventare laboratorio replicabile per altre periferie d’Europa. Ma questa storia, qualcuno la deve raccontare. E qualcuno la deve raccontare con le credenziali giuste, ai tavoli giusti, al momento giusto. 

Qualche settimana fa Papa Leone XIV ha detto, alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che il potere tecnologico ed economico concentrato è una minaccia alla partecipazione democratica. Quando un’infrastruttura cognitiva viene controllata da pochi, la democrazia delle decisioni smette di essere un’ipotesi teorica e diventa una variabile operativa. La governance dell’AI non è un problema tecnico. È un problema di potere. E il potere, per stare dalla parte giusta della storia, deve tornare a essere servizio. 

Voglio chiudere dove ho cominciato. Con una scena.

Immaginate che sia il 2050. Qualcuno racconta la storia di come il sistema produttivo italiano si è posizionato nell’era dell’intelligenza artificiale.

Ci sono due versioni possibili di questa storia.

Nella prima versione, il sistema delle imprese ha aspettato. Ha adottato strumenti forniti da altri, ha seguito regole scritte da altri, ha alimentato piattaforme costruite da altri. Ha guadagnato efficienza nel breve periodo. Ha perso autonomia strategica nel lungo. È diventato, come tanti altri sistemi produttivi europei, un terminale intelligente di un’infrastruttura cognitiva che non controlla.

Nella seconda versione, il sistema delle imprese ha scelto. Ha costruito infrastrutture dati proprie. Ha sviluppato competenze endogene. Ha partecipato alla governance europea dell’AI. Ha usato le sue tradizioni di cooperazione industriale per costruire vantaggi competitivi nell’economia della conoscenza. Ha trasformato la sua marginalità geografica — siamo un’isola, siamo una periferia d’Europa — in un laboratorio di sovranità tecnologica. È diventato, per altri territori europei, un modello da studiare.

La differenza tra queste due versioni non la farà la tecnologia. 
La tecnologia è disponibile per tutti.
La differenza la farà una cosa sola: la capacità di fare scelte deliberate invece di subire traiettorie.
E le scelte deliberate richiedono visione, architettura e — soprattutto — la volontà di sedersi al tavolo dove il futuro si costruisce invece di aspettare che il futuro arrivi.

Io credo che questa sala abbia la capacità di fare la seconda scelta.
La domanda è se ha la volontà.

E la risposta — quella vera — non si dà adesso, con un applauso.
Si dà domani mattina, in ufficio, con una decisione.

Io quella scelta l’ho già fatta.
Non perché fossi sicuro di avere ragione. 
Ma perché ero sicuro che aspettare fosse la scelta sbagliata. 

E posso dirvi — con tutta l’onestà di chi ci sta dentro — che è faticoso, che le resistenze sono reali, che i tempi delle istituzioni non sono i tempi dell’innovazione. Ma posso dirvi anche un’altra cosa: che ogni volta che le imprese di questo territorio si sono sedute a un tavolo con questa intenzione, qualcosa si è mosso. Lentamente. Ma si è mosso. 

Io quella scelta l’ho già fatta. 
E ve lo dico non come chi ha trovato la risposta giusta, ma come chi ha deciso che le domande giuste sono già una forma di architettura del futuro. 

Grazie.

E buon futuro a Tutt*, ce lo meritiamo.