C’è un paradosso che attraversa silenziosamente questa decade.
Più i sistemi artificiali diventano capaci di produrre conoscenza — testi, analisi, previsioni, immagini, codice — più diventa urgente capire quale tipo di conoscenza non sanno produrre. Non ancora. Forse mai.
Andrea Bonaccorsi, professore ordinario all’Università di Pisa e uno dei più rigorosi studiosi europei dei sistemi della conoscenza, ha scritto un libro che risponde a questa domanda in modo inatteso: tornando alle humanities.
Non per nostalgia. Per necessità epistemica.

The Knowledge of Humanities (Brepols, 2025) è un’opera di epistemologia comparata. Analizza quattro discipline — storiografia, critica letteraria, storia dell’arte, storia dell’architettura — e dimostra che ciascuna produce strutture cognitive distinte, metodi irriducibili, forme di intelligenza che i paradigmi quantitativi non catturano e i modelli linguistici di grandi dimensioni non replicano.
È un argomento che, letto dalla prospettiva di chi costruisce tecnologia e sistemi intelligenti, cambia prospettiva radicalmente.
Il problema non è l’AI. È la cecità epistemica.
Da anni il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra due posizioni simmetricamente pigre: il catastrofismo — l’AI sostituirà tutto — e il riduzionismo — l’AI è solo statistica, non capisce nulla davvero.
Entrambe evitano la domanda difficile: cosa produce conoscenza, e di che tipo?
Bonaccorsi forza questa domanda con rigore. E la risposta che emerge è destabilizzante per chi lavora con sistemi cognitivi artificiali: le humanities non producono “opinioni” o “interpretazioni soggettive”. Producono metodi. Producono strutture di lettura del reale che sono epistemologicamente autonome rispetto alle scienze quantitative — non inferiori, non superiori, diverse. Con una propria logica di validazione, una propria economia dell’evidenza, una propria architettura inferenziale.
Se non lo capiamo, costruiamo sistemi artificiali con un punto cieco enorme: la capacità di leggere il senso storico, il contesto culturale, la stratificazione simbolica del reale. Quella dimensione del mondo che non è fatta di dati, ma di significati.
Perché questo riguarda Kitzanos
Kitzanos lavora all’intersezione tra intelligenza artificiale, governance dei dati e trasformazione istituzionale. Non è un caso che il nostro approccio abbia sempre rifiutato il riduzionismo tecnico.
Un sistema intelligente che opera su un territorio non può ignorare la cultura di quel territorio. Un modello di governance aumentata dall’AI che non sa leggere le strutture simboliche di una comunità è un modello cieco a metà del reale.
Il libro di Bonaccorsi ci riguarda direttamente — non come lettori, ma come costruttori di sistemi.
Perché la domanda che pone — cosa sa davvero un umanista? — è speculare alla domanda che ogni AI developer dovrebbe porsi ogni giorno: cosa non sa ancora il mio modello?
La Sardegna come laboratorio
Questa settimana Bonaccorsi attraversa la Sardegna. Cagliari, Sassari, Oristano, Nuoro. Quattro province, quattro conversazioni.
È un gesto che vale oltre il contenuto delle singole presentazioni.
La Sardegna è un territorio con una densità epistemica straordinaria e sotto esplorata: una lingua antica con strutture morfologiche uniche nel panorama romanzo, una storia di intersezioni culturali sedimentate su millenni, paesaggi costruiti e naturali che sono archivi di significato. Un territorio che i modelli standard di sviluppo hanno sistematicamente letto in modo parziale — vedendone le fragilità, non l’intelligenza.
The Knowledge of Humanities offre gli strumenti per leggere questa intelligenza. Per trasformarla in risorsa strategica. Per costruire su di essa sistemi — istituzionali, tecnologici, economici — che non la scavalchino ma la amplificano.
Questo è esattamente il lavoro che ci interessa.
Le date
7 maggio — Cagliari Università degli Studi di Cagliari Via Sant’Ignazio da Laconi, 74 — ore 18:00–20:00
8 maggio — Sassari Fondazione di Sardegna Via Carlo Alberto, 7 — ore 18:00–20:00
9 maggio — Oristano Consorzio UNO, Chiostro del Carmine — ore 11:00–13:00
9 maggio — Nuoro Isola di MAN, Corso Garibaldi, 82 — ore 18:00–20:00
Ingresso libero.
Una nota finale
I sistemi intelligenti che costruiamo oggi stanno imparando a fare molte cose che un tempo richiedevano intelligenza umana. Ma c’è una cosa che ancora non sanno fare: stare dentro una storia. Capire perché un luogo è quello che è. Leggere un territorio come si legge un testo.
Finché non lo sapranno fare, avremo bisogno di umanisti.
Non come ornamento.
Come architetti del senso.


