Il diritto di non essere invisibili

Ci sono mattine in cui aprire un giornale sembra un esercizio di resistenza. Le guerre che non finiscono, le famiglie che non arrivano alla fine del mese, le città che diventano sempre più costose, le persone che si allontanano le une dalle altre. E poi quella sensazione, sottile e pericolosa, che il mondo sia diventato troppo complicato per essere migliorato.

È una sensazione che conosco. E che non voglio accettare.

Perché, mentre tutto questo accade, esiste un'altra umanità.

Non fa molto rumore, non occupa sempre le prime pagine e non ha bisogno di dichiarare ogni mattina quanto sia dalla parte dei più deboli. Si alza, prende la borsa, va al lavoro e, quando potrebbe finalmente dedicare il tempo soltanto a sé stessa, sceglie di metterlo a disposizione di qualcuno che non ha più quasi niente.

A volte quel qualcuno ha perso il lavoro. Altre volte una separazione, una malattia, un debito, una migrazione dolorosa o una successione di eventi che nessuno avrebbe saputo governare.

La strada non è un'identità, è una condizione nella quale si può precipitare.

E spesso, una volta caduti, è proprio il sistema che dovrebbe aiutarti a rialzarti a rendere la risalita più difficile.

È qui che ho incontrato, studiandone il lavoro, una realtà che mi ha restituito una buona dose di fiducia nel genere umano.

Avvocato di strada.

Non un'associazione che si limita a parlare degli ultimi. Un'organizzazione che li difende davvero. Con gli strumenti del diritto, con la competenza, con la pazienza e, quando serve, con quella sana ostinazione che permette di dire a un'amministrazione no, questa cosa non si può fare.

La storia comincia a Bologna, alla fine del 2000, nell'esperienza degli Amici di Piazza Grande. Due giovani avvocati iniziano a offrire assistenza legale a persone senza dimora presso un dormitorio della periferia. L'intuizione è semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria, se una persona non può arrivare al diritto, è il diritto che deve andare dove si trova quella persona.

Nel febbraio 2007 nasce l'organizzazione di volontariato nazionale, per mettere in rete le esperienze locali e far crescere quel modello. Oggi alla guida c'è Antonio Mumolo, presidente e fondatore di un'avventura che ha trasformato la professione forense in uno straordinario strumento di cittadinanza.

Gli sportelli non sono studi eleganti all'ultimo piano di un grattacielo. Si trovano spesso dentro mense, dormitori, centri di ascolto, strutture di accoglienza e luoghi nei quali le persone fragili riescono ancora a entrare senza sentirsi fuori posto. Ma il lavoro è quello di un vero studio legale: consulenze, lettere, ricorsi, difesa giudiziale e stragiudiziale. Chi viene assistito diventa un cliente a tutti gli effetti, con una differenza decisiva: non paga.

Il motto dell'associazione è "Non esistono cause perse". Non significa che ogni procedimento si vinca. Significa che nessuna persona debba essere considerata perduta prima ancora di aver avuto la possibilità di essere difesa.

Ed è una differenza enorme.

I numeri del 2025, gli ultimi del bilancio sociale disponibile, raccontano una struttura che ha ormai assunto dimensioni nazionali. Avvocato di strada è presente in 62 città italiane e può contare su 1.463 volontari, tra avvocati, praticanti, studenti di giurisprudenza, operatori sociali e cittadini.

Nel corso dell'anno sono state seguite 3.475 pratiche legali: 2.774 nuove e 701 già aperte negli anni precedenti. Le persone fisicamente assistite sono state 2.589, provenienti da oltre cento Paesi. Dall'inizio dell'esperienza associativa, il conteggio complessivo comunicato dall'organizzazione supera le 52.000 persone assistite.

Non sono numeri di marketing. Sono ore sottratte al proprio tempo, fascicoli studiati, telefonate, udienze, documenti recuperati, porte alle quali si è bussato più di una volta.

C'è qualcosa di meravigliosamente sovversivo in questa dimensione, quello che l'associazione ama definire il più grande studio legale d'Italia mette la propria capacità al servizio di chi non potrebbe permettersela. Il suo obiettivo non è fatturare di più, ma fare in modo che nessuno resti privo di tutela perché non ha denaro.

E non si tratta soltanto di avvocati. Ci sono persone che accolgono, organizzano gli appuntamenti, accompagnano agli uffici, aiutano a ricostruire una storia documentale, orientano verso altri servizi. È una comunità di competenze che si mette in movimento. La solidarietà, quando è fatta bene, non è improvvisazione: è organizzazione.

La rete attraversa l'Italia, da Torino a Trieste, da Milano a Napoli, da Roma a Palermo, passando per città grandi e piccole. Nel 2025 sono state inaugurate le sedi di Sassari e Udine ed è stata riaperta quella di Siracusa. Ogni nuova apertura è una piccola infrastruttura di dignità, un luogo in più nel quale qualcuno può smettere di sentirsi solo davanti a un problema.

Uno dei dati più impressionanti riguarda la residenza anagrafica. Nel 2025 ben 1.095 pratiche, pari al 65% delle nuove pratiche civili, hanno riguardato l'iscrizione anagrafica o la residenza per persone senza dimora.

A chi non conosce il problema può sembrare una questione burocratica. Non lo è.

La residenza è spesso la chiave che consente di rendere effettivi diritti, accedere ai servizi e costruire un percorso di reinserimento sociale. Quando manca, possono crearsi cortocircuiti feroci, hai bisogno di un documento per ottenere un servizio, ma non riesci a ottenere quel documento perché non hai una casa. Hai bisogno di lavorare per trovare un alloggio, ma la tua condizione amministrativa rende più difficile ricostruire le condizioni per lavorare.

È come se, dopo aver perso il tetto, una persona dovesse perdere anche il proprio posto nella comunità.

La vicenda di Lucia, raccontata dallo sportello di Milano, rende tutto questo tremendamente concreto. Lucia ha superato i sessant'anni, è arrivata dalla Moldavia e ha lavorato per molti anni come badante. Dopo problemi di salute e la morte dell'anziana signora di cui si occupava, ha perso l'alloggio e la residenza. Si è ritrovata a vivere in un asilo notturno e a frequentare le Cucine Popolari.

I volontari hanno avviato con lei il percorso per ricostruire la propria posizione anagrafica. Al momento del racconto, pubblicato nel giugno 2025, la residenza era ancora in attesa di conferma, ma Lucia aveva già ritrovato strumenti concreti per occuparsi della salute e preparare il ritorno all'autonomia.

Non è il finale cinematografico nel quale tutto si risolve in cinque minuti, è qualcosa di più serio, una persona che torna a intravedere una possibilità.

E qui c'è una lezione che riguarda tutti noi.

La povertà non è soltanto una mancanza di denaro.

Può diventare una perdita progressiva di relazioni, documenti, opportunità, fiducia e capacità di esercitare i propri diritti. Per questo non basta offrire una risposta isolata. Occorre ricostruire, insieme alla persona, i fili che permettono di tornare a partecipare alla vita.

La parte che mi convince di più di questa storia è che Avvocato di strada non confonde la bontà con la remissività. Aiutare non significa soltanto distribuire qualcosa. Significa anche contestare ciò che è ingiusto, difendere chi non ha voce e chiedere alle istituzioni di rispettare le proprie stesse regole.

Nel 2025, per esempio, l'associazione ha ottenuto l'annullamento del divieto generalizzato di accattonaggio introdotto dal Comune di Portofino, dopo aver inviato una diffida. A Verona, un ricorso straordinario ha portato all'annullamento di una sanzione inflitta a una persona senza dimora che chiedeva l'elemosina pacificamente.

E a Latina, nello stesso anno, il Tribunale ha riconosciuto la residenza a un uomo in gravissime condizioni di salute, dopo che la richiesta era stata respinta tre volte. Dietro quel risultato c'erano un essere umano ritrovato in strada in condizioni drammatiche, il bisogno di accedere alle cure e un avvocato che non si è fermato davanti al rifiuto amministrativo.

Questa è la dimensione della solidarietà che dovremmo imparare a valorizzare di più: non soltanto la mano che consola, ma quella che firma un ricorso; non soltanto la compassione, ma la competenza che diventa difesa.

Perché la povertà non può essere trattata come un problema di arredamento urbano. Spostare una persona da una piazza non significa aver risolto la sua condizione. Rendere invisibile un disagio non equivale a eliminarlo. Una città non diventa più civile quando riesce a nascondere meglio le proprie ferite, ma quando trova il coraggio di curarle.

Questa storia non è lontana da noi. Ha messo radici anche in Sardegna e questa è una delle ragioni per le quali sento il desiderio di raccontarla.

Le prime due sedi sarde sono nate nel dicembre 2018, a Cagliari e a Villacidro, avviando le attività dall'inizio del 2019. La prima grazie alla collaborazione con la Caritas Diocesana di Cagliari, la seconda con la Caritas di Ales-Terralba.

Due luoghi diversi, un'unica idea: fare in modo che anche nell'isola chi perde tutto non debba perdere il diritto a essere ascoltato.

Poi, il 28 giugno 2025, è arrivato un nuovo germoglio: Sassari.

La sede nasce in collaborazione con la Caritas Turritana e si rivolge al territorio del nord-ovest della Sardegna.

È una storia che mi piace particolarmente: qualcosa che nasce dentro una persona, incontra altre persone e diventa una possibilità per un'intera comunità.

Mi piace immaginare queste tre sedi come piccoli fari. Non perché possano, da sole, eliminare la povertà in Sardegna. Sarebbe una promessa irresponsabile. Ma perché dimostrano che esiste un modo di abitare il territorio nel quale la comunità non si limita a osservare le fragilità, si organizza per affrontarle.

E poi c'è un fatto che dovremmo sottolineare: queste realtà non nascono dal nulla. Crescono perché professionisti, Caritas, volontari, cittadini e istituzioni riescono a collaborare. È il territorio che riconosce una necessità e costruisce una risposta. Non aspetta che tutto venga risolto altrove.

In un'isola che ha bisogno di innovazione, sviluppo e nuove opportunità, questa è innovazione sociale allo stato puro. Non ha bisogno di un algoritmo per essere intelligente. Ha bisogno di persone capaci di vedere un problema e costruire, insieme, un modo migliore di affrontarlo.

Molto più di uno sportello: una fabbrica di cittadinanza

Sarebbe riduttivo immaginare Avvocato di strada come un'associazione che apre pratiche e le chiude. Il lavoro legale è il cuore, ma attorno a quel cuore si è sviluppato un ecosistema sorprendente.

Nel 2025 l'associazione ha realizzato cinque grandi progetti, coinvolgendo circa 2.000 cittadini, 400 giovani, 1.000 persone senza dimora in attività specifiche ulteriori rispetto agli sportelli, oltre 55 cooperative e associazioni del Terzo Settore, insieme a fondazioni e istituzioni.

Sono progetti che raccontano una visione più ampia: il diritto non è un settore separato dalla vita. Si intreccia con la casa, la salute, l'educazione, il lavoro, le relazioni e la possibilità di sentirsi parte di una comunità.

Il Festival Homeless More Rights ne è un esempio bellissimo. Nel 2025, a Bologna, ha affrontato il diritto alla residenza e le tutele per le vittime di sfruttamento lavorativo. A Milano ha collegato cambiamento climatico, migrazioni e precarietà abitativa, interrogandosi su come le città debbano proteggere chi non ha un tetto durante eventi climatici sempre più estremi.

Pensateci: il cambiamento climatico non è lo stesso per tutti. Per chi ha una casa, un'ondata di calore può essere un disagio, talvolta gravissimo. Per chi vive in strada, può diventare una minaccia immediata alla sopravvivenza. La resilienza urbana non può essere misurata soltanto dalla capacità delle infrastrutture di resistere. Deve comprendere la capacità della comunità di proteggere le persone più esposte.

Non è soltanto un festival che parla di povertà. È un luogo nel quale la società prova a pensare meglio sé stessa. E questo, per chi si occupa di futuro, è un passaggio fondamentale: una transizione non è davvero progresso se lascia indietro proprio chi ha meno strumenti per attraversarla.

C'è poi il lavoro nelle scuole e nelle università. Le cliniche legali permettono agli studenti di giurisprudenza di uscire dall'astrazione e incontrare problemi reali, affiancando professionisti e associazioni. A Foggia, per esempio, il percorso universitario dedicato ai diritti delle persone senza dimora e dei migranti porta gli studenti anche nei contesti di grave marginalità e sfruttamento dei braccianti agricoli.

È un'idea di formazione che condivido profondamente: non basta insegnare ai giovani che cosa sia il diritto. Bisogna consentire loro di scoprire a che cosa serva, quando la sua assenza pesa sulla vita di qualcuno.

Nel 2025 l'organizzazione ha inoltre realizzato dieci convegni, seminari e laboratori e due cliniche legali. Nel 2026 ha continuato a promuovere iniziative culturali e formative, come il progetto scolastico "Radici in movimento" a Parma, il percorso universitario a Foggia e le presentazioni del libro Non esistono cause perse. Gli avvocati e la strada, scritto da Antonio Mumolo con il giornalista Giuseppe Baldessarro.

Anche la cultura, quando incontra la realtà, può diventare una forma di azione.

Fra i progetti che mi hanno colpito c'è anche una pubblicazione apparentemente piccola: "Dove andare per...", la guida aggiornata ogni anno a Bologna per le persone senza dimora.

L'edizione 2026 raccoglie informazioni utili sui servizi disponibili in città. È una di quelle cose che, a leggerne il titolo, possono sembrare ordinarie. Ma provate a guardarla dalla prospettiva di chi si trova fuori casa, magari senza telefono carico, senza denaro e senza sapere dove andare.

Sapere dove trovare un pasto, un servizio sanitario, una doccia, un posto per dormire o qualcuno che possa aiutarti non è una semplice informazione. È orientamento dentro un mondo che, improvvisamente, può essere diventato indecifrabile.

È anche una lezione per chi progetta servizi pubblici e tecnologie. Possiamo costruire piattaforme sofisticatissime, ma se una persona in difficoltà non riesce a capire dove andare, a chi rivolgersi e quale sia il prossimo passo, abbiamo progettato una macchina bellissima che non svolge il suo compito.

Il futuro, per essere umano, deve essere accessibile. E l'accessibilità comincia spesso da una domanda elementare: "Di che cosa hai bisogno, adesso?"

Il tempo donato è prezioso proprio perché non è inesauribile. Le competenze professionali hanno un valore anche quando vengono offerte gratuitamente. Le associazioni hanno bisogno di strutture solide, processi, strumenti e continuità.

Un'impresa che sostiene una realtà come Avvocato di strada non sta semplicemente acquistando una bella fotografia per il proprio bilancio di sostenibilità. Può contribuire a costruire un'infrastruttura sociale. Può mettere a disposizione competenze, servizi, strumenti digitali, capacità organizzativa, risorse economiche e tempo dei propri professionisti.

La differenza la fa l'intenzione: non utilizzare la solidarietà come decorazione, ma renderla parte della propria idea di responsabilità.

E se facessimo crescere questi germogli?

Noi parliamo spesso di futuro. Di intelligenza artificiale, di imprese, di sviluppo, di territori, di nuove competenze, di transizioni. Ed è giusto farlo. Io stesso dedico una parte importante della mia vita a immaginare ciò che ancora non esiste e a cercare di trasformarlo in qualcosa di realizzabile.

Ma il futuro non può essere soltanto ciò che riusciremo a costruire domani. Deve essere anche ciò che scegliamo di non lasciare indietro oggi.

Una società può avere i data center più potenti, le università migliori, le imprese più innovative e le infrastrutture più avanzate. Ma se una persona che dorme per strada non riesce a ottenere un documento, a difendere il proprio lavoro o ad accedere a una cura, quella società ha ancora un problema gigantesco di progetto.

Non significa contrapporre l'innovazione alla solidarietà. Significa comprendere che la solidarietà può essere una delle forme più alte di innovazione. Perché innovare, in fondo, significa trovare modi nuovi e migliori di risolvere problemi reali. E quale problema è più reale di una persona che rischia di perdere il proprio posto nel mondo?

Mi piacerebbe che queste tre sedi sarde non fossero considerate soltanto un servizio da conoscere, ma un'esperienza attorno alla quale far crescere nuove energie.

Che gli ordini professionali, le università, le imprese, le associazioni e i cittadini si domandassero come rafforzarle, come contribuire, come mettere a disposizione ciò che sanno fare.

Non sto annunciando un progetto o una collaborazione già esistente.

Sto lanciando un desiderio, che spero possa diventare una conversazione e poi, magari, un impegno concreto: fare in modo che le competenze del nostro territorio incontrino sempre di più i bisogni di chi ha meno possibilità di farle valere.

Perché una comunità non si misura soltanto da quanto è capace di produrre.

Si misura anche da quanto è capace di non abbandonare.

C'è una tentazione, quando incontriamo storie come questa: applaudire, commuoverci, condividerle e poi tornare alla nostra vita. È una tentazione comprensibile. Ma la speranza diventa davvero interessante quando smette di essere qualcosa che ammiriamo e comincia a essere qualcosa a cui partecipiamo.

Avvocato di strada offre diverse possibilità. Chi è avvocato può mettere a disposizione la propria competenza. I praticanti e gli studenti possono imparare e contribuire. Chi non ha una formazione giuridica può aiutare nell'accoglienza, nell'organizzazione e nelle attività di supporto. I professionisti possono offrire competenze specialistiche, le imprese possono costruire collaborazioni e i cittadini possono sostenere economicamente l'associazione.

Chi vive in una città dove l'associazione non è ancora presente può informarsi su come contribuire all'apertura di una nuova sede.

Non bisogna fare tutto. Bisogna fare qualcosa, e farlo bene.

A volte abbiamo l'idea che per cambiare il mondo occorrano gesti enormi. In realtà, molte delle trasformazioni più profonde cominciano con una persona che dice: "Io ci sono". Poi arriva un'altra. Poi qualcuno presta una stanza, qualcun altro un'ora, un altro ancora una competenza. E, quasi senza accorgersene, ciò che sembrava impossibile diventa un'organizzazione, un servizio, una rete, una possibilità.

È così che nascono i germogli.

Non chiedono il permesso al cemento.

Trovano una fessura e cominciano a crescere.

Mi piacerebbe vivere in un mondo nel quale associazioni come Avvocato di strada non fossero più necessarie. Un mondo nel quale i diritti fossero così accessibili, le istituzioni così attente e le comunità così capaci di prevenire l'esclusione da rendere eccezionale il bisogno di una difesa gratuita per chi vive in strada.

Ma quel mondo non esiste ancora.

E proprio per questo dobbiamo essere grati a chi, nel frattempo, non si rassegna.

La speranza non è ingenua.

Non è fingere che la povertà non esista, che le guerre finiscano domani o che basti un gesto generoso a riparare tutte le ingiustizie.

La speranza adulta conosce la durezza della realtà. La guarda negli occhi e decide di non consegnarle l'ultima parola.

Ha il cuore in mano, sì. Ma quando occorre ha anche il coltello tra i denti: quello metaforico di chi studia, insiste, ricorre, organizza e non lascia cadere una causa soltanto perché è difficile.

Per questo desidero raccontare Avvocato di strada, perché in mezzo al rumore di un mondo che sembra perdere il senso della propria umanità, queste persone ci ricordano che il bene non è scomparso. Lavora. Si aggiorna. Apre sportelli. Compila documenti. Va in tribunale. Accoglie. Ascolta. E qualche volta riesce perfino a restituire a qualcuno la possibilità di ricominciare.

Forse il futuro migliore non nascerà da un'unica grande rivoluzione, ma da migliaia di germogli come questi. Da persone che smettono di domandarsi soltanto che cosa il mondo dovrebbe fare e cominciano a chiedersi che cosa possono fare loro, insieme agli altri.

E se oggi qualcuno, leggendo queste righe, decidesse di contattare una sede, offrire un'ora, mettere a disposizione una competenza o sostenere un progetto, questo articolo avrebbe già raggiunto il suo scopo.

Perché la speranza non è una notizia da leggere.

È una parte da scegliere.