Quando qualcosa è troppo vicino ai nostri occhi, spesso dobbiamo fare qualche passo indietro per riuscire a metterlo a fuoco. Nel mio intervento al TEDxCaorle ho provato a farlo con tre cose che accompagnano ogni giorno la nostra esistenza: la moneta, l’economia e il mercato.
Sono strumenti creati da noi. Eppure, a forza di sembrarci naturali, sono diventati lenti attraverso le quali guardiamo il mondo — e che talvolta finiscono per nascondercelo.
Quando le parole cambiano il mondo
Il paradigma economicista non si limita a descrivere la realtà. Trasforma il linguaggio con cui la giudichiamo. L’avidità diventa fiuto per gli affari, il cinismo pragmatismo, l’egoismo comportamento razionale. La ricchezza diventa merito e, quasi inevitabilmente, la povertà viene riletta come demerito.
Non è soltanto un cambiamento lessicale. È una trasformazione morale, perché attraverso le parole non ci limitiamo a raccontare il mondo: stabiliamo quali differenze contano e quali possono essere ignorate.
La mappa e il territorio
Economia, mercato e moneta sono realtà sociali: esistono perché noi le facciamo esistere. Quando dimentichiamo questa origine, la rappresentazione prende il posto della realtà. La mappa non dichiara più i propri confini e diventa il territorio.
Lo vediamo con particolare chiarezza nel mercato. Una democrazia distribuisce formalmente il potere secondo il principio “una testa, un voto”. Il mercato segue un’altra regola: “un euro, un voto”. E non registra i bisogni, ma soltanto la domanda solvibile. Se una persona ha bisogno di qualcosa ma non possiede il denaro per acquistarla, quel bisogno non viene valutato poco: semplicemente, non entra nell’equazione.
Quando la ricchezza supera ogni proporzione
I grandi numeri hanno un difetto: oltre una certa soglia smettono di essere intuibili. Nel talk provo allora a trasformare il patrimonio in altezza. Se 200.000 dollari corrispondessero a una persona alta 1,75 metri, chi possiede 10 milioni sarebbe alto come un grattacielo; un miliardario raggiungerebbe la quota dell’Everest; i patrimoni più estremi uscirebbero da ogni proporzione biologica.
La sproporzione non è soltanto visiva. Quando la ricchezza raggiunge queste dimensioni, non rappresenta più sicurezza o libertà individuale: diventa capacità di acquistare porzioni del futuro, di orientare la ricerca, le tecnologie, i territori e le possibilità degli altri. Diventa una forma di sovranità anticipata.
Prima del denaro viene la fiducia
Il denaro non nasce dal baratto come spesso continuiamo a raccontare. Le società umane hanno vissuto a lungo attraverso sistemi di credito fondati sulla memoria collettiva, sulla reciprocità e sulla fiducia. Anche la moneta funziona perché siamo capaci di riconoscere insieme che qualcosa vale come qualcos’altro dentro un determinato sistema.
Non è il denaro a creare la fiducia. È la fiducia a creare il denaro.
Il sottostante ultimo della moneta non è la carta, il metallo o il codice: è la nostra capacità di produrre valore, di mantenere le promesse e di riconoscerci come parte di un “noi”.
Fare spazio
Nella parte conclusiva riprendo un’immagine di Simone Weil: la creazione diventa possibile perché Dio si ritrae, rinuncia a occupare tutto lo spazio e lascia esistere ciò che non è Lui.
Forse anche noi abbiamo bisogno di imparare questo movimento: fare un passo indietro, ridurre la presenza del nostro io, lasciare spazio agli altri e ritrovare il noi. Ciò che stiamo cercando potrebbe non essere lontano. Potrebbe essere ancora molto vicino ai nostri occhi: la fiducia che ciascuno di noi è capace di offrire agli altri.
È il mio quarto TEDx, ma ogni volta è come se fosse il primo. Al netto delle inevitabili semplificazioni imposte dal formato e di qualche imprecisione che l’emozione si è portata dietro, questo intervento raccoglie una domanda che accompagna da tempo il mio lavoro.
I ringraziamenti
Grazie di cuore a Milena, Mico e a tutto lo staff di TEDxCaorle per la cura con cui hanno reso possibile questa esperienza.
Un grazie speciale a don Giorgio, per la sua profondità e per quel suo procedere in direzione ostinata e contraria, capace di ricordare a questo mio spirito agnostico e miscredente che la Chiesa, quella vera, non coincide con una liturgia ridotta a vuota ripetizione, ma prende corpo nella scelta quotidiana e disinteressata di donarsi agli altri.
A sorella Cristina, per la sua energia e la sua contagiosa positività. E a tutta la Piccola Famiglia della Risurrezione, per averci accolti nella Comunità di Marango e avermi restituito fiducia nella possibilità che gli esseri umani non siano condannati a sabotare ciò che li tiene insieme, ma possano ancora scegliere di prendersene cura.
Grazie, infine, a tutti gli altri speaker per ciò che abbiamo condiviso, sul palco e fuori.